Angelo Calgani
 
 

REWIEWS

Lavora su una linea che ha radici evidenti nella tradizione pop e neodada (con richiami, fortemente ironici, anche alle famose lattine di birra di Jasper Johns, mixati, con verve tutta contemporanea, alla tradizione performativa degli anni Settanta e alle più recenti correnti concettuali ironiche dal forte retrogusto di critica sociale di molta arte internazionale, dalla canadese Dana Wyse all’italiano Riello), dove all’invadenza e all’onnipresenza delle merci si sovrappone il mito della celebrità e della “visibilità”, ormai privato di qualsiasi connotazione etica, ideologica o meritocratica. Oggi l’apparire è non più già una necessità per emergere sull’anonimità della folla o per sconfiggere vacuità dei propri sogni giovanili, quanto una “normale” aspirazione diffusa e generalizzata, buona per qualsiasi individualità. La profezia debordiana – lo spettacolo come fine e come unica, vera chiave per leggere il presente – si è già realizzata oltre qualsiasi più assurda immaginazione. Allo stesso tempo, il fantasma della merce, la sua immagine riflessa virtualmente nei cartelloni pubblicitari, negli spot e nelle onnipresenti sponsorizzazioni (“questo testo critico è offerto da…”), ha portato ad un’accentuazione sempre maggiore del suo potere magico-rituale sulla psiche e sui comportamenti dei cittadini-consumatori. In questa chiave, il lavoro di Calgani si pone con una notevole forza dirompente, seppure con buona consapevolezza di inserirsi all’interno di una già consolidata tradizione dal punto di vista stilistico e concettuale, nell’ambito di una critica, dal sapore fortemente ironico, dei meccanismi inconsci di controllo imposti, volenti o nolenti, dalla società contemporanea.

Alessandro Riva

 

Angelo Calgani gioca con la finzione. Nelle sue tele, che ammiccano alla pop, non sai cosa sia dipinto e cosa sia assemblato, dove finisca la realtà e comincia l’illusione.
Sono vere bottiglie di birra dalle etichette improbabili. In una c’è la sua faccia, il suo nome, una firma che è una marca.
La derivazione Duschampiana è evidente; l’oggetto trovato, scelto ed infine firmato. Proprio come l’orinatoio fontana siglato Mutt. Ma le bottiglie sono anche dipinte. Su un fondo bianco, assolutamente anonimo, la birra “Desperados” risalta come un’icona. Uno se l’immagina nelle mani di un giocatore di bowling come Jeff Bridges del Grande Lebowsky. E invece sta li: oggetto da contemplare, divinità di una sensibilità contemporanea. E se ti viene da pensare alla zuppa Campbell’s di Warhol, ti accorgi subito dopo che qui è tutto un’invenzione.
Così è lo yogurt “Noi Voi”. Altro che zuppa Campbell’s, o Marilyn, o Coca Cola. E chi l’ha mai sentito?
Così Angelo si diverte a creare immagini “realisticamente illusorie”. Forse a travestire ciò che gli sta davanti. Come quando s’immagina in diversi ruoli; in questa occasione è lui che si mette in gioco. Non sono più gli oggetti che servono ad evocare. La maschera riguarda se stesso.
E, non stupisce che ogni cosa si possa trasformare in altro. Con ironia, leggerezza e senso ludico dell’azione creativa.

Lea Mattarella